La vera storia del caso Mediator, un farmaco in commercio da oltre trent’anni, che grazie al lavoro di una pneumologa dell’ospedale di Brest , si scoprirà aver provocato una serie di morti tra numerosi pazienti. La vera storia di Irène Frachon  e della sua lotta contro i colossi farmaceutici. 

 

150 Milligrammi, contiene anche un’altro titolo per la Francia paese di origine della pellicola e di questa drammatica storia, La Fille De Brest, letteralmente La Figlia di Brest. Ed è da Brest che inizia  la  storia di Irène Frachon , pneumologa del policlinico universitario della città, una vicenda che  ci riguarda tutti da molto vicino, perché grazie a Lei è  stata portata avanti una battaglia contro un pericoloso farmaco.

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Tratto dal  suo libro “Mediator 150mg” con il sottotitolo “quanti morti?” (inizialmente  censurato),  sull’uso di questo  farmaco, la pellicola ci  narra della sua  lotta  intrapresa assieme al suo staff per farlo ritirare dal commercio. Una storia che colpisce nel segno, in questi  tempi di cospirazione e vaccini sospetti che creano numerose polemiche nel nostro paese, il film riesce egregiamente a portarci all’interno di questa drammatica vicenda. Grazie ad una solida Sidse Babett Knudsen nei  panni di Irène Franchon assieme a Benoît Magimel in quelli del dottore Antoine Le Bihan,   diretti da  Emmanuelle Bercot , che ha fortemente voluto realizzare questo film. La regista è anche un’ottima attrice (vinto il premio come Miglior attrice per la sua interpretazione nel film di Maïwenn Mon roi – Il mio re, a Cannes 2015) ed è riuscita a rendere un film complicato e lungo su questo incredibile scandalo, in modo egregio riuscendo  a comunicare allo spettatore tutta la storia, ma anche la forza di questi medici che si sono dovuti battere contro i poteri forti delle case farmaceutiche appoggiate da politici.

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Sul banco degli imputati troviamo la Servier , il secondo gruppo francese delle case farmaceutiche dopo Sanofi-Aventis. Nel complesso affare della Mediator è bene accennare al fatto che anche nel nostro paese il farmaco era in uso. Il farmaco era nato come un antidiabetico, ma si era poi trasformato in un medicinale per ridurre l’appetito e perdere peso, ma l’uso di questo si porta una lunga scia di morti misteriose. Nonostante già nel 1998 venne lanciato un primo allarme proprio dall’Agenzia del farmaco francese,  che dimostrava che il farmaco conteneva una quantità potenzialmente tossica di benfluorex  un derivato della fenfluramina ossia la N-(benzoyloxy-2-ethyl) norfenfluramine che poteva provocare gravi danni alle valvole cardiache,  ipertensione alle arterie polmonari e persino costringere ad un trapianto di un polmone. Nel 1999 l’agenzia europea del farmaco grazie a due esperti italiani, riconoscono la pericolosità del farmaco Mediator collegato ad un’altro prodotto dei Laboratori Servier, l’Isomèride (che era stato ritirato dal mercato mondiale nel 1997) entrambi contengono la stessa quantità di benfluorex.

Ma la casa farmaceutica Servier sostiene che i due farmaci sono diversi e il Mediator, rimborsato addirittura per il 65% dal servizio sanitario francese rimane in commercio. Nel 2005 in Spagna ed anche in Italia (si chiamava Mediaxal nel nostro paese) viene proibito, ma non in Francia dove la potente Servier con i suoi 3,7 miliardi di fatturato e i suoi 20 mila dipendenti e grazie ad  amicizie potenti tra i politici, sembra intoccabile.

Era necessaria questa lunga premessa perché  da questo punto parte la lotta del medico protagonista, il cui compito oltre che a cercare di salvare vite, è quello di combattere  contro gli interessi economici  del gruppo farmaceutico.

I soldi vengono prima della salute della popolazione.

La storia contiene anche elementi da vero e proprio giallo, fatto di minacce nei confronti dei medici , per cercare di fermare l’instancabile bretone Irène Franchon , che si batte contro il farmaco della Servier  e contro  il suo potente proprietario, amico personale del presidente Nicolas Sarkozy.

La strenua battaglia di questo medico, che rischiando perfino la radiazione dall’albo,  combatte il colosso farmaceutico è stata  paragonata ad Erin Brockovich , altra eroina portata sullo schermo da Julia Roberts. La regista  riesce a ricostruire, in modo quasi maniacale, girando negli stessi luoghi l’incredibile storia, senza retorica od enfatizzare, visto che la vicenda stessa si prestava fin troppo ad diventare una specie di thriller.

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Non ci sono cedimenti alla commozione nel film, che riesce al contrario a coinvolgere con la forza della sua protagonista che si batte nel nome del Giuramento di Ippocrate, mettendo in luce come in nome del denaro le ormai onnipotenti case farmaceutiche riescano a controllare il sistema economico-politico.

Il risultato, per chi magari giudica esagerati certi atteggiamenti o sospetti nei confronti della somministrazione di determinati farmaci o vaccini , è di gettare davvero un’ombra molto cupa che fa riflettere.  Tuttavia  attraverso la sua protagonista la speranza ci viene data dalla professionalità di questo gruppo di  ricercatori e medici disposti a perdere tutto, che si sono battuti con coraggio per  aiutare i propri pazienti.

La foto di apertura dell’articolo ritrae la vera Irène Franchon .

Tratto da il Giuramento di Ippocrate (testo moderno):

“Di perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale;”


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robertoleofrigio

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