Abbiamo avuto il piacere di incontrare a Roma il regista Paul Verhoeven, creatore tra gli altri di capolavori come Robocop, che ha presentato il suo ultimo film Elle.

La Roma amante del cinema si è vestita a festa per la visita di Paul Verhoeven, straordinario regista olandese creatore tra gli altri di capolavori indelebili come Robocop e Basic Instinct, passato alla storia proprio per la scena in cui Sharon Stone accavalla le gambe senza le mutandine. Di questo, ma soprattutto del suo nuovo film Elle vincitore del Golden Globe come miglior film straniero e miglior attrice in un film drammatico alla divina Isabelle Huppert. Ecco cosa ci ha raccontato l’icona della settima arte nell’incontro che abbiamo avuto con lui!

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 Entro subito in argomento Oscar, Isabelle candidata ma il suo film non in cinquina. Troppo eversivo per gli americani?

 “Ovviamente si possono soltanto formulare delle ipotesi circa quanto successo, sicuramente il terzo atto è molto difficile e non è stato accettato dagli americani. Quando passa da vittima a sviluppare un rapporto sadomasochista con il suo violentatore non ci ha consentito di trovare fondi in America e artiste americane. Il fatto che sia stato escluso dai nominati è probabilmente un fatto politico”.

Un tema molto duro e di cui si parla moltissimo, la violenza sulle donne e il femminicidio. In questo film c’è però tanta ironia con molte risate nei dialoghi. Quanto ce n’era nel romanzo e quanta ne ha messa lei?

“Quando si fanno semplici domande le risposte sono molto lunghe. C’era già accennata l’ironia nel romanzo, lo scrittore passa da scene di durissima violenza ad aspetti più sociali di Michèle e le persone intorno al suo mondo. Io ho voluto accentuare questa parte perché non volevo realizzare un thriller noir, ce n’è un po’ ma volevo fosse scevro. È vero c’è la trama, a circa due terzi del film scopriamo chi è costui e lei sviluppa uno strano tipo di relazione. Poi però ci sono i rapporti sociali con l’entourage che sono importanti. Il film è come la vita, non è classificabile come un genere e oggi si cerca troppo di catalogarlo. Non volevo realizzare un film incasellato in un genere perché al mattino magari senti cose tremende e la sera ridi, non volevo sottolinearlo perché il cinema ha troppo accentuato le categorizzazioni. Scopriamo delle cose ancor peggiori nella sua infanzia, sviluppa connessioni strane ma la vita è fatta di questo”.

Le sue donne sono sempre borderline, visto che è passato da poco l’8 marzo magari ci può dire se è attratto dalle donne tormentate?

“Innanzitutto parliamo di donne in generale, poi di quelle tormentate. Il personaggio è nel libro che mi è stato dato, no non sono attratto da donne tormentate e non lo è neanche questa donna. Anche in Black Book c’è una donna olandese che teme per la propria vita che cerca di sopravvivere. Questa donna ha subito diverse cose anche durante la sua infanzia e questo ha forgiato il suo carattere, con il contributo del padre che ha ammazzato 27 persone. Lei è una sopravvissuta, ma non vuole essere considerata una vittima. Già il modo di esprimere questa cosa in maniera criptica è evidente, anche quando mostrano compassione lei taglia corto perché non vuole essere vista come una vittima. Non è squilibrata o tormentata, è il suo carattere che è così. Nel terzo atto, quando inizia ad instaurare un rapporto con la vittima, spiega ama il tuo nemico”.

Gli uomini in questo film sono disagiati e un po’ cretini, è molto femminista. C’era anche nel libro questo aspetto sulle donne?

“Sicuramente era fondamentalmente già contenuto nel libro, la scena finale del film è quella del libro. Le donne hanno mollato gli uomini e decidono di andare a vivere insieme, già in passato avevano cercato un rapporto lesbico. Non si sa se funzionerà e non ce lo dice se vivranno senza uomini. Fondamentalmente abbiamo preso tutto quanto dal libro, abbiamo amplificato un po’ i personaggi ma non ho inventato nulla. Non ci ho pensato neanche troppo”.

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In America è stato impossibile trovare finanziamenti e un’attrice, com’è stato il lavoro con Isabelle Huppert e come avete lavorato sul personaggio? Cosa può dirci di questo suo viaggio andata e ritorno dall’Europa all’America?

“Si sicuramente c’è più libertà in Europa rispetto agli Stati Uniti per un cineasta, basti guardare quello che sta succedendo. Essendo io in America e vivendo a Los Angeles all’inizio Isabelle Huppert ancor prima che venissi coinvolto nel progetto era già interessata. Aveva già contattato lo scrittore perché era molto interessata alla parte. Poi avendo io lavorato e vivendo a Los Angeles hanno proposto a me di lavorare al progetto. Lo sceneggiatore David Birke ha scritto la sceneggiatura in inglese ma dopo 2-3 mesi che non si trovavano finanziamenti e quando non abbiamo trovato nessuna attrice per un ruolo ai loro occhi controversi abbiamo deciso di riportare il film in Europa a Parigi. Io pensavo avesse ragione e gli ho detto va bene, poi siamo tornati umilmente da Isabelle e le abbiamo chiesto se fosse ancora disponibile. Lei ha immediatamente detto si non pensandoci neanche un attimo, con lei non abbiamo neanche dovuto discutere aspetti freudiani. Abbiamo dovuto apportare delle modifiche sulla traduzione dall’inglese al francese, lei non ha avuto nulla da ridire perché è una persona estremamente audace quando crede nel ruolo che sta ad interpretare. Non crede di attirarsi le simpatie del pubblico”.

È stato trasportato tutto nel mondo del videogame che si vede raramente al cinema ed inserisce anche una distanza rispetto al genere. Indossa i diversi generi come fossero la maschera del violentatore, come nasceva l’idea del videogame? Che ne pensa dell’industria che ha preso in giro molto prima con film come Robocop?

“In realtà non c’era l’idea di darle come lavoro quello della manager dei videogames, ma è venuta fuori dal fatto che nel libro lei era la leader di un gruppo di sceneggiatori. Non è stato tanto l’interesse suscitato da un rapporto di casualità sulla violenza e le persone che giocano ai videogames. Magari una correlazione c’era, ma anche dal punto di vista visivo non era facile mostrare 20 persone attorno ad un tavolo a discutere delle sceneggiature. Era molto astratto da rendere visivamente, a cena con mia moglie a Los Angeles ho chiesto cosa avrebbe potuto funzionare e mia figlia più piccola mi ha detto di ambientarla in un’azienda che produce videogiochi. Mi sembrava interessante e solo allora ho scoperto che il mio sceneggiatore è un fanatico di videogames e ha colto la palla al balzo. Abbiamo fatto una narrazione parallela alla storia principale inserendola nella storia, siamo andati a Parigi a parlare con una società che produce game prendendo 2-3 dei loro giochi”.

Continuamente fanno remake di film, cosa penseremo se tra qualche anno gli americani faranno un remake di questo film?

“Non ci sarà certamente nei prossimi 4 anni. Non posso credere che durerà 8 anni, già così è abbastanza seria e grave la cosa”.

Il personaggio di Michèle nel film sembra avere un tratto anti borghese quando parla di vergogna e dei rapporti con l’amica, come secondo lei si è evoluta nella sua cinematografia la figura della donna?

“Si potrebbe definire Michèle amorale, ma è una cosa che non mi tocca. La moralità è assente nei miei film, i personaggi possono essere morali ma gli uomini e le donne hanno rapporti fuori da quello che dovrebbe essere l’unico. Io dubito che sia possibile per un uomo stare sempre con la stessa donna sposata. Io non ho fatto altro che descrivere la donna del romanzo, questa donna ha una storia con il marito della sua migliore amica ma non la contesto come un’accusa. Penso che crescendo e diventando più vecchio sono più interessato alle donne rispetto agli uomini, le protagoniste degli ultimi film sono donne. Sono molto importanti per me e mi rendo conto di quanto sia stata importante mia moglie nella mia carriera, quante difficoltà abbiamo superato. Ammiro le donne, il mio prossimo film sarà su due suore e sarà ambientato in Toscana nel Medioevo nella città di Peschia vicino Firenze in un monastero. Il titolo di lavoro è “Blessed to Virgin”, tratto dal libro in “In Modest Act” scritto da un professore americano che ha fatto delle ricerche negli archivi fiorentini”.

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Riprenderà mai i due biopic su Gesù e Hitler?

“Quello di Gesù d’accordo, ma non c’è nessun biopic su Hitler dato che è basato sul libro del 1928 ed il personaggio è Joahanna Cry ambientato nel 1923 con il fallito colpo di stato di Hitler”.

Quando ha girato la scena di Basic Instict con Sharon Stone che accavalla le gambe pensava diventasse così iconica?

“No, anche perché quella scena l’abbiamo girata quasi a fine giornata quando i 5 attori protagonisti erano andati via. Abbiamo girato la scena in 10’ e me n’ero dimenticato, poi in fase di montaggio mi hanno fatto vedere la scena dell’interrogatorio mi è venuto quasi da ridere. Lui che è un cattolico, una persona carina mi ha detto tu l’hai girate e io ce le ho messe. Non pensavamo potesse avere questo effetto. Soltanto quando abbiamo mostrato il film al pubblico ci siamo resi conto dell’effetto che potesse avere. Era basata su una storia vera, all’università c’era una ragazza che andava in giro senza mutandine e mostrava tutto con estrema facilità e lei diceva certo le accavallo perché non le metto apposta le mutandine. Solo quando è uscito ci siamo resi conto del taboo”.

Lei ha fatto più volte accenno ai 4 anni che aspettano l’America, che cinema dobbiamo aspettarci sotto Trump?

“Probabilmente i film come quello sull’Iraq, la Corea del Nord che rappresenta una minaccia, i film di guerra. Mi auguro e spero che film di Hollywood possano criticare quello che sta succedendo, anche se devo dire che spesso vengono poi realizzati in una maniera tale da esaltare la guerra. Mi auguro che continui ad essere critica nei confronti dell’amministrazione Trump. Poi ovvio che guardano a spese e ricavi, mi auguro di poter partecipare a questa critica. In un certo senso abbiamo già assistito a questo con il piacere del successo di La La Land, un film ottimista che ci riporta ai bei tempi andati in cui tutto era più semplice. Si cercherà di tornare a questo, ad un evasione da questo pesante momento politico”.

 

 

 

 

 


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Thomas Cardinali

Giornalista pubblicista appassionato di cinema, serie tv e sport. Dopo aver gestito un blog e aver collaborato con testate nazionali (Romanews.eu, Blogdicultura, FilmUp) ed internazionali (melty.it) ho deciso di dedicarmi al nuovo progetto di Talky per un network indirizzato al pubblico under 30.

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