Alex Infascelli porta sul grande schermo il romanza di Eric-Emmanuel Schmitt “Piccoli Crimini Coniugali”. Protagonisti di questo noir Sergio Castellitto e Margherita Buy, che insieme al regista hanno presentato il film in conferenza stampa.

Un claustrofobico noir, che mette in scena la teatralità di un romanzo all’interno di una pellicola. Un appartamento, alcuni oggetti che descrivono le persone che ci vivono e i due protagonisti, questo è tutto quello che si vede all’interno del film “Piccoli Crimini Coniugali” di Alex Infascelli. Un uomo e una donna ritornano a casa dopo il ricovero in ospedale di lui, per via di un incidente casalingo che gli ha causato la perdita della memoria (o almeno così sembra). La moglie cerca di aiutare il marito a ricordare, o meglio, come lei vorrebbe che fosse veramente: un uomo attendo, amorevole, disponibile, sempre presente. Modellarlo a sua immagine e somiglianza. Ma l’uomo forse sta facendo finta di non ricordare…

piccoli crimini coniugali

Ecco cosa ci hanno raccontato gli attori con il regista in conferenza stampa.

 Nella letteratura, nel cinema, nel teatro, sono tantissime le storie di coppie ce scoppiano, di matrimoni che sono feroci, di carneficine simbolo collettive. Cosa hai trovato di affascinante di originale o di nuovo, nel romanzo di Eric-Emmanuel Schmitt, tanto da convincerti a girare questo film?

Alex Infascelli: “L’occasione era ghiottissima. Sono pochi i testi che raccontano la coppia in un modo così teatrale, particolare. Siamo abituati ad un cinema che tende ad andare verso un naturalismo, oppure verso una fantasia che è totalmente lontana dalla realtà, ma in ogni relazione amorosa si mette in moto una rappresentazione teatrale vera e propria; si indossano dei costumi, si scelgono dei personaggi che via via nel corso del tempo diventano nostri coautori che ci accompagnano per tutta la durata di questa relazione. Ci plasmiamo a seconda di quello che è l’altro.”

Continua-“Leggendo il testo di Smith ho capito ad un certo punto che avevo a che fare con il mio modo di vedere la coppia, mi sono innamorato del testo tantissimi anni fa, quando il libro è uscito. E quando mi è stato chiesto che film avrei voluti fare, mi è venuto in mente il testo di Smith, anche perchè stavo attraversando un momento in cui la mia relazione era il centro totale.”

Da dove è derivata la scelta di quella musica di sottofondo, fatta di sole percussioni?

Alex Infascelli:”Immaginare una musica che potesse funzionare in questo film che è decisamente silenzioso, non è stato facile. Gli unici suoni sono le loro voci e la casa, avevo bisogno di qualcosa che non fosse armonico, che non suggerisse dal punto di vista armonico tonale alcuna emozione e quindi la mia scelta è ricaduta sulle percussioni. La percussione è il cuore è le ossa che si rompono, le porte che sbattono, lo strusciare di un vestito. All’inizio sono tamburi di guerra. Stiamo andando verso un patibolo quotidiano.”

Per non renderlo claustrofobico, sei ricorso ad un escamotage narrativo che hai messo a punto con un montaggio. Ci spieghi meglio questo escamotage che hai usato?

Alex Infascelli: “Narrativamente parlando, abbiamo detto da subito che avremmo voluto mettere in piedi nelle orme di Schmitt  e così abbiamo fatto. Non c’è in verità nessun escamotage narrativo rispetto alla claustrofobia, perché un elemento fondamentale di questo film è proprio la claustrofobia: la solitudine dei due personaggi e la coppia all’interno della casa.”

Domanda a Margherita e Sergio. Se potete raccontare questa coppia, questo uomo, questa donna, sembrava una seduta psicoanalitica .

Margherita Buy: “Credo che sia un personaggio molto complesso, legato ad una storia particolare. Mi piaceva questo noir, il fatto che si dovesse scoprire qualcosa, il fatto che sia una donna che aveva delle qualità artistiche alle quali ha rinunciato per stare vicino ad un uomo che è molto più importante di lei,  essendo un grande scrittore. Una donna che ama molto il marito da fare delle cose, perchè ha paura di essere abbandonata. […] Hanno molto avvicinato il mio personaggio ad un epoca più moderna. Nel testo originale lei era più messa da parte come donna,  invece nel film è venuta fuori con la sua personalità e direi che è un’occasione meravigliosa.”

 

Sergio Castellitto: “L’amore ai tempi del rancore, l’amore ai tempi del rimpianto, si potrebbe definire in molti modi questo film, questo racconto: non accontentarsi dell’idea che l’amore sia finito. Un carnage dove ci sono questi due reduci, dal loro stesso amore, che tornano da una guerra, in cui Margherita non  se ne è accorta. Si ritrovano in questa casa che è una sorta di mausoleo, una specie di tomba del loro amore, i vetri sono completamente oscurati, non si vede l’esterno, perché forse l’esterno non c’è. Una sorta di casa del Grande Fratello. Scritto da un’intellettuale, da un’artista e secondo me noi siamo stati gli attori giusti, Alex è stato un raccontatore giusto.”

Castellitto parlava di coraggio, “amare è una fantasia che non vaga nella nostra epoca”come siamo messi oggi visto che il massimo della nostra fantasia consiste nel nascondere la nostra identità su internet, sopratutto in fatto d’amore. Come stiamo messi oggi?

Alex Infascelli: “La mia realtà digitale è minima. Sicuramente si sono aggiunte “occasione fa l’uomo ladro” un detto geniale. Digitalmente c’è l’opportunità di esperire una realtà che non è la nostra, di andarla a cercare, farla nostra e questa cosa sicuramente nuoce a qualsiasi tipo di relazione, non soltanto quella uomo-donna ma all’identità. Secondo me la situazione oggi è più da osservare soggettivamente piuttosto che cerare un’equazione che abbia un risultato che ci soddisfi.” 

La domanda è sulla consapevolezze del film di essere un film, che secondo me è uno degli aspetti più interessanti del prodotto. Questo mi ha ricordato qualcosa di “Venere in pelliccia di Polasky” che gioca sulla stessa ambiguità e guarda caso era rappresentato sempre su un palco teatrale. La sfida era un po quella di rendere consapevole lo spettatore che sta assistendo comunque ad una ricostruzione?

Alex Infascelli: “Rendere consapevole non proprio. Sicuramente mettere il dubbio. Con Sergio e Margherita la prima cosa che ci siamo accorti leggendo il testo è che più cercavamo di dare un senso a quello che loro dicevano battuta per battuta e più lo perdevamo. Ci siamo resi conto che il gioco, i passaggi segreti e scorciatoie che ha creato Schmitt in questo testo si poteva riprodurre solamente creando l’ambiguità e l’assenza di colore di ogni battuta in ogni scambio. La cosa che mi ha fatto innamorare di questo film è proprio la teatralità, che insieme a Sergio e Margherita ci trovavamo d’accordo che qualsiasi rappresentazione è teatrale.”

continua-“Un rapporto d’interazione con un pubblico che non c’è. Infatti molto spesso succede che c’è un rimbalzo tra i due personaggi. La relazione amorosa diventa talmente assordante che si perde il senso e si dimentica perché si sta litigando, discutendo ecc.  La rappresentazione per me era il modo più puro per non cadere nella tentazione di creare una realtà in quanto tale. Io non volevo creare un microcosmo che avesse un naturalismo. Volevo innalzare questa componente teatrale e con Francesca Manieri abbiamo anche lavorato sul testo anche in questo senso. Non abbiamo mai cercato di stemperare per renderlo reale,  noi abbiamo mantenuto quella teatralità. Sergio e Margherita questa cosa l’anno presa in pieno e portata addirittura ad un livello più alto, giocando sulla naturalezza della teatralità.”

Come avete trovato la casa e organizzato il fatto che fosse appartenuta a Silvana Mangano e cosa avete trovato?

Alex Infascelli: “Il progetto inizialmente era nato in teatro, con l’idea di fare un lavoro specifico sull’arredamento, pareti che si potessero spostare ecc. Però poi facendo un ragionamento e vedendo delle tipologie di casa già reali e non rifatte a teatro, abbiamo trovato questa casa che non sapevamo inizialmente fosse della Mangano. Una location pazzesca e giustissima per il film.”

La sequenza in cui loro ripensano al primo incontro mi è sembrata un pò un’immagine di “Shining”e anche il personaggio di Sergio mi ha ricordato molto di Von Trier . Volevo sapere quali altri riferimenti avevi inserito.

Alex Infascielli: “Sarà che vengo da 4 anni pieni di Kubrick, però in “Shining” realtà come Edgar Allan Poe, il senso della follia è proprio la solitudine nel proprio ambiente domestico. Quella sequenza lì mi è venuta in mente girando, dove Sergio e Margherita e la troup sono stati agilissimi nel seguirmi in questa cosa, perché sentivo che tanto quanto l’inizio del film ci fosse bisogno di un entrata e un uscita a seconda della circolarità della storia in un ambiente esterno che non  fosse la casa. Sentivo anche che tutto questo evocare mancava di un elemento di rottura che doveva essere il loro incontro assolutamente.

continua-” Shaning c’è, perché questa perdita di memoria, il rapporto paziente-infermiera che si crea e in quella scena il loro punto di rottura a livello di follia raggiunge il punto massimo. E da quella scena poi si va in corsa verso il finale, povera di elementi esterni o  di disturbo, come la scala del condominio che nel libro è interna, con questo fuoco che si accende e si spegne, come se fosse in qualche modo l’unico elemento che può essere considerato infantile primordiale nella loro realtà domestica che si accende  e si spegne. Alla fine loro si ritrovano in questa “caverna”, il senso ultimo di lasciarli, spogliarli di tutta lo loro psiche, dell’identità intellettuale e farli diventare due davanti ad un fuoco, cioè l’origine di tutto.”

 


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Ambra Azzoli

Laureata in Scienze e Tecnologie della Comunicazione, presso l'università la Sapienza di Roma. Inizia ad avvicinarsi alla scrittura cinematografica nel 2013. Oltre la passione per il cinema, anche quella per il teatro, nata all'età di 12 anni, frequentando il primo corso di recitazione. Ama trascorrere il suo tempo tra libri, serie tv e film!

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