Recensione dell’opera prima di Claudio Rossi Massimi, una storia di filosofia politica che vede l’ultima apparizione cinematografica del grande e irreprensibile Albertazzi, oltre a Remo Girone nel doppio ruolo di attore e voce narrante 

Il mito della caverna di Platone
Il mito della caverna di Platone

Roma, 1970. Antonio ha vent’anni ed è un sessantottino convinto, e con la fine del liceo decide di realizzare il suo sogno: andare finalmente in Grecia per trovare… Platone! Per il giovane il filosofo vissuto tra il quinto e il quarto secolo avanti Cristo è la sua massima fonte di ispirazione, tanto che considera Che Guevara la sua reincarnazione, almeno dal punto di vista intellettuale. Il mito della Caverna lo ha sempre affascinato, c’è tutta l’essenza della verità in quelle parole, ed è anche convinto che non si tratti solamente di un mito, che la caverna esista davvero e che al suo interno è ancora possibile vedere le ombre che hanno ingannato l’uomo imprigionato per gran parte della sua vita.

Biagio Iacovelli e Queralt Badalamenti
Biagio Iacovelli e Queralt Badalamenti

Così, con una Fiat 500 blu oceano si imbarca per poi percorrere tutta la Jugoslavia fino ad arrivare nella moderna, ma ancora piena di antichità, Hellas. L’impatto è uno di quelli migliori: non solo trova subito una locanda con deliziosi cibi tipici, ma anche il proprietario lo è. Efisio è un simpatico locandiere che parla pure Italiano, essendo stato prigioniero dell’esercito fascista durante la seconda guerra mondiale. Dopo aver mangiato lo porta subito a vedere le meraviglie naturali del suo Paese, e attraverso le sue parole, oltre a rendersi conto quanto sia ancora importante per quella gente la loro storia e filosofia, comincia a conoscere la dittatura dei Colonnelli.

Moni Ovadia nei panni di Efisio
Moni Ovadia nei panni di Efisio

Un conto è sentirsi rivoluzionari, un altro esserlo veramente. I sessantottini avranno lottato, ma al tempo stesso non hanno dovuto a che fare con una vera dittatura. Di tutto questo si rende ancor più conto dopo aver conosciuto Maria. Lei è una giovane e bellissima ragazza greca, amica di Gino, il suo compagno di liceo che lo ha aiutato a realizzare questo viaggio dei sogni. Grazie ai suoi consigli alloggia all’ostello di Vassilis, un tipo molto simile ma al tempo stesso tanto diverso da Efisio. Uscendo con Maria viene a conoscenza di tutti i problemi del Paese per via dei Colonnelli. Le spie in quasi ogni posto, e i continui arresti e deportazioni per i ribelli ma anche i turisti provocatori. Abbandona dunque fin da subito l’idea di andare in giro con la maglia del Che, e forse anche quella di trovare la caverna. Stare con Maria gli sembra ora più importante. La ragazza non è solo bella, ma anche molto intelligente, e gli apre nuovi orizzonti. Ha cercato le ombre per tutta la vita, e se fosse l’amore la luce che ti apre gli occhi?

Giorgio Albertazzi
Giorgio Albertazzi

La sindrome di Antonio” è un ottimo lungometraggio filosofico diretto da Claudio Rossi Massimi, alla sua prima esperienza da regista. Un film che, comunque vada l’esito al botteghino del giudizio della critica, è già entrato nella storia, dato che ha permesso a Giorgio Albertazzi di regalarci la sua ultima apparizione cinematografica prima della sua scomparsa, avvenuta lo scorso 28 maggio. Il grande attore teatrale qui interpreta Klingsor, un anziano pittore inglese che ha perso la cosa più importante della sua vita, e ogni giorno dipinge quel mare che gliel’ha portata via.

Secondo grande elemento di questa opera prima è Remo Girone. L’attore Italiano nato in Eritrea è la versione adulta di Gino. Lo si vede in silenzio in quasi tutto il film, anche se la sua voce narrante accompagna lo spettatore per quasi tutto il tempo. Anche questa si dimostra una scelta decisamente riuscita: la voce di Girone è una di quelle più particolari e profonde che abbiamo da diversi anni, e avrebbe avuto una grande carriera da doppiatore, se solo avesse voluto. Troppa la voglia da parte sua di recitare di fronte agli altri e di non essere soltanto una voce ferma nell’ombra, ma per fortuna ha comunque regalato al nostro Paese due grandi interpretazioni vocali: il capo indiano Powhatan nel film Disney Pocahontas, e il condottiero Saladino ne “Le crociate” di Ridley Scott.

Ma non solo Albertazzi e Girone, “La sindrome di Antonio” vede delle grandi performance anche da parte dei protagonisti Biagio Iacovelli e Queralt Badalamenti, e di Antonio Catania, Moni Ovadia e Chiara Gensini, oltre a un cameo di Mingo De Pasquale, l’ex inviato di Striscia la Notizia. Con delle scenografie bellissime e una grande colonna sonora, questo film farà rivivere tanti ricordi agli ex-sessantottini, mentre a coloro che non hanno mai vissuto quell’epoca sicuramente farà riflettere molto dal punto di vista non solo della filosofia, ma anche della politica.


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Valerio Brandi

Giornalista pubblicista che ha iniziato la carriera con lo sport con il Corriere Laziale e apparizioni in reti televisive come T9 e Rete Oro per poi passare al cinema e alle serie Tv, dedicando molta passione al mondo del doppiaggio.

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