Ecco le parole dei protagonisti del nuovo film di Marco Ponti basato sul nuovo libro di Luca Bianchini, sequel dell’acclamato “Io che amo solo te”.

 

Esce oggi al cinema, in 350 copie, “La cena di Natale” (leggi la recenione), sequel di “Io che amo solo te”, due film entrambi nati dai libri di Luca Bianchini. Anche in questa occasione il regista è Marco Ponti, che insieme all’autore, e agli attori protagonisti Riccardo Scamarcio, Laura Chiatti, Michele Placido, Eugenio Franceschini, Maria Pia Calzone, Dario Aita, Eva Riccobono, Giulia Elettra Gorietti, Antonella Attili, la produttrice Federica Lucisano ed Emma Marrone che ha realizzato la colonna sonora del film. Queste sono state le loro principali dichiarazioni al cinema Adriano di Roma.

 

Dopo che lo scorso anno avevamo visto e presentato “Io che amo solo te” ci sarà in sequel? Siete stati tentati di fare una serie?

Luca Bianchini: Il sequel è nato spontaneamente perché ho presentato il libro in giro per l’Italia e i personaggi sono entrati nel cuore delle persone. Con Ponti ci siamo confrontati e mi ha chiesto di organizzare una cena e poi ho scritto il libro di getto. Abbiamo inventato delle cose perché altrimenti sarebbe stato un film di 40’. Anche grazie agli attori i personaggi avevano ancora da dire e forse ne avranno.

Marco Ponti: Noi abbiamo adattato un romanzo e prima ancora un altro romanzo. In questo caso però abbiamo due riferimenti che sono il secondo romanzo e il primo film. Io ricordo con emozione i momenti in cui a casa di Riccardo leggevamo le prime bozze, i personaggi non erano nostra proprietà ma erano diventati qualcosa di collettivo. Gli attori sono diventati autori proponendo delle idee. Il materiale di base era estremamente fluido, da lì è nata La Cena di Natale. Questo per me è stato il grande motivo per raccontare una storia in parte già raccontata. Tutto questo non poteva succedere senza il fortissimo rapporto con Federica Lucisano. Lei mi costringe ad alzare l’asticella e quella per il regista è la più grande benedizione.

Non è così consueto lavorare così nel cinema italiano, qual è il tuo punto di vista?

Federica Lucisano: Abbiamo molto amato La cena di Natale, quindi da spettatore vogliamo assolutamente fare il sequel. L’idea di questo film è nata dall’attaccamento e dall’idea di lavorare di nuovo insieme. Da lì ci siamo riuniti con i nostri brainstorming. La cosa bella è stata plasmarci l’un l’altro. C’è stato un confronto continuo ed ogni personaggio è plasmato sul carattere degli attori. Alla fine arriva sullo schermo e c’è una sensazione di appagamento.

Emma da pugliese, ma voi in Puglia non la festeggiate a Polignano? Come ti sei avvicinata al film? In una situazione del genere saresti in grado di perdonare un bel farabutto come Riccardo?

Emma Marrone: A casa mia la vigilia di Natale si festeggia, ma non sono cose che si possono dire perché siamo una famiglia Rock and Roll (risate n.d.r.). Luca ha ascoltato in anteprima il mio disco perché è mio fan ed è rimasto colpito da questa canzone. Quando ho deciso di lavorarci insieme a Diego Mancino abbiamo visto che ha degli equilibri struggenti. Non auspica così neanche sfacciatamente il lieto fine ed è un incognita un po’ come La cena di Natale dove non si sa come va a finire. Luca e Marco l’hanno voluta fortemente in questo film e sono felice di essere qui. Marco nel video che abbiamo girato ha tirato fuori parti di me che pensavo di non avere.

Laura Chiatti: La dolce attesa è una stronzata (risate ndr). La pancia, gli ormoni che ti portano a sbarellare. Ho iniziato le riprese quando ero incinta e avevo paura di non reggere fisicamente. La produzione che è donna mi ha messo nelle condizioni ideali. Perdonare un tradimento? Credo sia una cosa orrenda a prescindere, in una condizione del genere ancora di più. La trovo una cosa squallida perché nella tua pancia c’è anche tuo marito ed è una cosa magica. Quando aspetti un bambino le priorità della vita sono altre, diciamo che non divide una coppia ma pensi molto meno a tuo marito e cerchi di non sapere.

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Quanto in questo lavoro di scrittura vi siete ispirati a modelli della commedia italiana ed internazionale? Quanta improvvisazione c’è stata sul set?

Marco Ponti: Nel momento in cui fai una commedia non puoi prescindere dai giganti che sono dietro di noi, si va a scuola a vedere quei film lì. Quando parlavo con Riccardo si parlava di “Signori e Signore” dove ci sono personaggi di grande portata umana che riescono a veicolare concetti conflittuali volti all’evoluzione dei personaggi. Non si può dimenticare quello da cui abbiamo studiato. Sul set non c’è mai tempo per improvvisare, ma c’è tempo per sedersi prima magari davanti a un piatto cucinato bene dove vengono delle buone idee. La scena tra Orlando e Mario è nata mangiando un pranzo tutti e tre il giorno in cui abbiamo girato la scena. Non è improvvisazione ma ci si avvicina. Riccardo ha dato una grande umanità a Damiano che fa tante cose sbagliate, non è che uno può pensare che stia sbagliando tutto perché tutti sbagliamo tante cose. A Natale i nodi vengono al pettine, ma bisogna essere migliori. Solo lui ha potuto dare al personaggio quello di cui aveva bisogno di vivere. Damiano sarebbe defunto in modo inglorioso.

Riccardo Scamarcio: Io dall’inizio, da quando è nata l’idea del secondo film è stata proprio una scelta consapevole di caricare il personaggio dandogli la responsabilità di essere portatore del conflitto. Fa delle cose una peggio dell’altra, ma riprendendo la migliore commedia all’italiana in cui i personaggi erano potenti e tridimensionali mettendo in scena vizi e malcostumi di un Bel Paese ipocrita smascherando l’ipocrisia. Noi abbiamo cercato di mostrarla visto che non è diminuita nonostante i social network e l’innovazione tecnologica, volevamo creare un personaggio controverso in una commedia dandogli un compito più difficile ed interessante. Nonostante i difetti macroscopici mantiene un rapporto empatico ed ironico con il pubblico.

In questo sequel rispetto al primo film c’è un approccio molto più approfondito dei personaggi, sembrano quasi due film in uno. Questo approfondimento era voluto o era avanzato del materiale? La dedica finale a Bud Spencer?

Marco Ponti: Le cose che sono venute bene e meno bene sono volute. Essendo un lavoro di squadra un film del genere nasce da tutto un insieme di pensieri e dalla voglia di approfondire i personaggi. Ognuno dei personaggi ha un desiderio e non necessariamente è giusto. Nasce tutto dal fatto che a questi personaggi volevamo veramente bene. Provate voi a volere bene a chi da il peggio di sé, noi volevamo bene a questa umanità qui dandole spazio. Bud rappresenta un tipo di cinema italiano costruito da tante persone come Fulvio Lucisano, è il cinema con cui è cresciuta la mia generazione ed era enorme. C’era tutto all’interno, un luogo dove troviamo il western alla fantascienza. La commedia sexy e scanzonata, quel cinema lì rappresenta un sogno. La prima cosa che ho pensato quando ho sentito che era morto era di andare al funerale e abbiamo pianto tutti. Era un modo per dire grazie a qualcuno che mi ha insegnato ad amare il cinema.

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Come nasce l’omaggio a Mario Bava?

Marco Ponti: Si vede questa cosa, specie in questo momento qui. “Il terrore nello spazio profondo” è sempre popolare.

Cosa la spinge, Scamarcio, a scegliere un progetto piuttosto che un altro?

Scamarcio: Cerco di mischiare le carte, scelgo i progetti principalmente in funzione delle persone con cui devo lavorare. Al di là dei progetti io credo che il cinema, soprattutto il set, è l’arte dell’adattarsi. Noi scriviamo un film un po’ di tempo prima, poi il copione viene preso e si comincia a girare dopo un periodo di lavorazione. Magari passa un anno e la location la vedi in modo diverso da quello che avevi scritto, ci sono tante variabili che l’elasticità delle persone con cui devi lavorare è fondamentale. Il mio modo di lavorare è molto legato a riconoscere questa elasticità. Soprattutto in Italia e con i budget sempre più ridotti, altrimenti facciamo cose morte che non mi interessano. Poi ci sono anche altre ragioni, ma non mi sembra il caso di affrontarle.

L’omosessualità dei personaggi, per la prima volta ho visto personaggi costruiti molto bene e non macchiettistica. Come avete lavorato?

Eugenio Franceschini: Io e Dario siamo molto amici, anche da prima del film quindi è stato facile trovare un intimità ed un sentimento che nella vita non mi appartiene. Non ho avuto difficoltà ad affrontare questa tematica con lui, a parte la barbetta che mi pungeva quando ci siamo baciati.

Dario Aita: Personalmente non mi sono posto la questione, quando ho saputo che dovevo interpretare un amore omosessuale non mi sono chiesto come raccontare la storia d’amore tra due uomini, ma solo una storia d’amore. Mi sono concentrato sui temi classici. Il mio personaggio amava questo ragazzo dai tempi del liceo e lo ha tenuto nascosto fino al momento in cui gli si è presentata l’occasione e l’ha colta. Non parlerei di difficoltà, credo sia il modo migliore per affrontare questo tipo di racconto.

Eva Riccobono: Nel primo film Daniela era un personaggio comico, di rottura. In questo film è incinta ed era bello rappresentare la possibilità di avere figli ed è romantico l’idea di averlo con il migliore amico. La cosa più importante per un bimbo è sentirsi amati e vivere nell’amore e questo bambino avrà anche un padre che è il migliore amico ed è la forma d’amore più grande che c’è.

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Molte coppie del cinema hanno funzionato ed hanno fatto tanti film insieme. Mi sembra che ci sia un alchimia particolare, come lavorate? Siete anche amici? Siete pronti al terzo film?

Laura Chiatti: Io adoro Riccardo molto più di quanto lui adori me, o almeno sono più diretta ed è un amore reale per lui che conosco da 20 anni. Abbiamo iniziato insieme e ricordo che Riccardo avesse una marcia in più. Lui è un attore straordinario, sia per il suo talento sia per il suo approccio al set e alle compagne di viaggio. Quando incontri persone così è più facile lavorare, ho una luce diversa con lui perché ci divertiamo e lui sa come dirigermi perché mi conosce molto bene ed ho bisogno di questo.

Riccardo: La devo guidare nelle interviste. Non siamo d’accordo su nulla, né sui film né sulla politica.

Laura Chiatti: Io faccio questo mestiere ma non sono fissata, non mi piace andare al cinema (risate n.d.r.).

Riccardo Scamarcio: Le ho sconsigliato quasi tutti i film che abbiamo fatto insieme, tranne questo.

Laura Chiatti: Siamo diversi, ma molto simili nella vita.

Riccardo Scamarcio: Laura ha un talento puro, abbiamo cominciato con “Compagni di Scuola” sulla Rai e quando la vedo di notte spengo subito. Noi rimaniamo nel tempo, ma vediamo anche la débâcle inesorabile. Quando abbiamo cominciato da piccoli questa sintonia e quest’aiutarci in scena c’era già. Laura è un’imitatrice pazzesca e fa benissimo Banfi per esempio. Mi auguro che continueremo a lavorare insieme, mi auguro che faremo il terzo.

 

L’unica possibilità del sequel è andare a Parigi al seguito dei matti che partono (risate n.d.r.). Vorrei sapere da Maria Pia e Antonella il gusto di mettere in scena un duello di fioretto e spada e rifarsi allo tempo agli archetti per tratteggiare le donne meridionali?

Maria Pia Calzone: Sottovoce risentivo Marco, ma in realtà abbiamo improvvisato sul set. Ad esempio tutte le scene in casa con i miei fratelli sono improvvisate. A parte le cose colte con gli archetti delle donne del sud avevamo a d’ispezione una storia iniziata prima con due donne ironiche. Abbiamo affrontato quelle scene come l’opportunità di un incontro tra attrici che si divertono. Questi chiacchierano (riferito a Riccardo, Laura ed Emma), ma tanto non sono la mamma.

Antonella Attili : Devo ringraziare Ponti per avermi fatto mostrare un lato sconosciuto, ho sempre fatto la madre tragiche. Come Čechov insegna bisogna amare anche un assassino, sono fiera di aver dato una tridimensionalità a quella che poteva essere una macchietta. Io potevo proporre situazioni e atteggiamenti, è un regista davvero raro. Molti uomini sono gelosissimi di ciò che scrivono, Marco invece è molto accogliente. Lui riconosce le idee e te li fa proporre.

Michele grazie di averci raggiunto, abbiamo ragionato di tornare su un luogo piacevole dando continuità a una storia. Qualcuno vorrebbe continuare a seguire i personaggi amati, il tuo punto di vista ci interessa rispetto a questa operazione romanzesca.

Michele Placido: I Lucisano hanno fatto una cosa magnifica, quando mi hanno chiamato la prima volta ho aderito subito perché avevo letto il libro e amo la mia Puglia. Abbiamo passato giornate meravigliose appassionandoci alla storia, poi a fianco avevo un’attrice straordinaria come Maria Pia. Non mi si offrono tante possibilità come attore, non mi hanno candidato a molti premi. Come regista sono andato anche peggio, Romanzo Criminale ebbe 12 premi ma non la Regia. Io mi chiedo sempre se ho fatto qualcosa per i miei film. Spero in un premio perché siamo stati abbastanza romantici.

https://youtu.be/KI-5VK8FJGM


Valerio Brandi

Giornalista pubblicista che ha iniziato la carriera con lo sport con il Corriere Laziale e apparizioni in reti televisive come T9 e Rete Oro per poi passare al cinema e alle serie Tv, dedicando molta passione al mondo del doppiaggio.

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